Quel desiderio di partire.

Buenos Aires, Argentina, Marzo 2015 ph Luca Fabbozzo

Che cosa alimenta il desiderio di patire?

Il desiderio di partire può presentarsi in qualsiasi momento, come un pensiero, che improvvisamente viene a galla. Ad un certo punto, senza motivo, egli lo accoglie e si rende disponibile a questa idea.

Ci possono essere molteplici motivi sia interni ed esterni per giustificare il desiderio di partire, motivi di tipo economico, ricercare un’ambiente piu favorevole per poter migliorare la propria attività professionale e raggiungere paesi dove si presuppone ci siano maggiori prospettive future.

Partire può rimanere soltanto un desiderio a lungo inespresso, considerato già a priori impossibile da realizzare e per lo piu soltanto idealizzato nella nostra fantasia.

Molte volte il motivo è da ricercarsi nella voglia di raggiungere nuovi orizzonti, fare nuove esperienze, conoscere altre culture e filosofie di vita.

Buenos Aires, Argentina, Marzo 2015 ph Luca Fabbozzo

Il bisogno forse piu ancestrale e intriso dentro di noi è quello di conoscere, di scoprire ciò che è lontano, l’ignoto, ciò che è considerato proibito, idealizzato.

La prima emigrazione risalirebbe al mito di Adamo ed Eva. “Spinti dalla curiosità, si trasferirono nella zona proibita del Paradiso “Eva prese del suo frutto e ne mangiò, poi ne diede anche al marito”…”Si aprirono allora gli occhi di ambedue”… “Divennero conoscitori del bene e del male”” tutto cio’ comporto’ la loro espulsione dal Paradiso con la perdita della sicurezza e dei piaceri.

I miti forniscono elementi che ci aiutano a capire le difficoltà che si presentano nel sopportare il dolore della vera conoscenza che implica “non solo il conoscere qualcosa ma l’essere questo qualcosa”, essere se stessi attraverso un reale processo di crescita e di maturazione intellettuale.

In casi estremi, il desiderio di partire, può derivare dall’assoluto bisogno di fuggire da “se stessi”, dai propri vissuti persecutori, fuggire per cercare di risolvere in qualche modo un conflitto interiore, che si pensa sia risolvibile soltanto cambiando luogo o gruppo d’appartenenza.

Non sempre si riescono a realizzare questi desideri e raramente si trasformano in vere e proprie esperienze migratorie. Il piu delle volte gli individui hanno una tendenza a rimanere aggrappati eternamente alle proprie sicurezze.

Buenos Aires, Argentina Marzo 2015 ph Luca Fabbozzo

“Karl si arrampicò sulla cuccetta alla meglio e rise tra sé al suo primo, vano tentativo di salirci sopra. Non appena fu sul letto, tuttavia, esclamò:”Oddio, ho completamente scordato la mia valigia!”. Kafka – America – episodio del romanzo di Kafka, la perdita del suo oggetto più prezioso, che equivale alla perdita dell’Identità una separazione netta dal passato. Anche nella realtà Ogni migrante a suo modo vive questa rappresentazione.

Ci sono persone che si sentono realmente capaci ad affrontare i cambiamenti che la partenza, l’emigrazione e l’immigrazione comportano, presumibilmente saranno le persone più indicate ad affrontare i difficili processi di elaborazione e le oscillazioni che inevitabilmente si presenteranno.

Soltanto un attimo.

India, Mumbai, chowpatty beach – Foto Archivio 2011

Pensare ci costringe in qualche modo ad entrare in contatto con ciò che fa male e che vorremmo evitare.

Meglio non pensare, distrarci con tutti i modi possibili, l’importante è sempre FARE, piuttosto che fermarci soltanto un attimo. Occupare ogni singolo momento della nostra giornata con le attività più disparate.

Fermarci fa paura, temiamo il confronto con chi realmente siamo.

FARE ci libera dall’ansia, lavorare di più per evitare di fermarci a pensare, trovare mille modi per occupare la nostra mente è la nostra maggiore preoccupazione. Qualsiasi forma di intrattenimento piuttosto che fermarci ed essere sopraffatti dall’ansia e dalle paure.

Proviamo a fermarci soltanto un attimo a sentire cosa ci dice quest’ansia, dentro il malessere di solito si nascondo le risposte. Paradossalmente è molto più difficile fermarsi ed entrare in contatto con noi stessi che distrarci con qualsiasi cosa possibile.

E’ più difficile è più doloroso.

Il nostro corpo segue sempre e comunque la via più indolore e più facile, il cervello è programmato per fornirci tutte le migliori scorciatoie possibili per evitare qualsiasi fatica e sofferenza, non gli piace per niente il dolore al nostro corpo.

Ma se per una volta provassimo a sfidarlo questo nostro corpo? perché non passare dentro a capofitto nel dolore nella sofferenza soltanto per un’attimo, forse scopriremo tante cose a noi sconosciute, che per paura non abbiamo mai avuto il coraggio di guardare.

Con il tempo diventeremo più bravi e gli ostacoli e le barriere mentali che prima ci sembravano insormontabili riusciremo a superarle.
Come tutto è una questione di adattamento e di abitudine.

Proviamo a dedicare un spazio, seppur piccolo e stare da soli con noi stessi in silenzio, magari come nella foto, con solo la natura come compagna, con le onde del mare in sottofondo e i nostri piedi immersi nell’acqua.

Al di la di una frontiera.

Marocco, Essaouira 2011 – ph Luca Fabbozzo

Questa foto mi trasmette serenità, mi trasmette libertà, pur essendo una foto molto semplice dal punto di vista tecnico, mi piace perchè nella sua semplicità permette all’osservatore di fermarsi, proprio come il ragazzo ritratto nella foto, un attimo a riflettere, ci si lascia spazio a pensieri.

Liberi come le onde del mare che si infrangono sulla costa, come il surfista che le sta cavalcando, la brezza leggera di una giornata autunnale nel Maghreb sulla costa marocchina, in lontananza si sente il canto del muezzin che ci dice che dio è grande e lo ripete molte volte, alla fine mi sono seduto anch’io su quelle rocce a contemplare il mare e a vedere il surfista che sembra una pallina microscopica che prova a domare le sue onde.

Mi vengono in mente i migranti quando guardo questa foto, i migranti in fuga o i migranti che semplicemente decidono di partire per inseguire un proprio sogno per raggiungere un’amore, vagabondi nel cuore, vagabondi nell’anima.

Marocco, Essaouira 2011 – ph Luca Fabbozzo

Partire e lasciare le proprie origini, le proprie radici per raggiungere l’ignoto, non è facile, a volte potrebbe essere l’unica cosa da fare per poter sopperire a quel bisogno che sta dentro di noi nel nostro profondo, solo imbarcandosi per un nuova avventura potremmo in qualche modo calmare quella forza inspiegabile che sale dentro di noi e non ci fa stare bene, ci fa pensare che forse qui non c’è più posto, e probabilmente dobbiamo provarci prendere e partire è l’unica soluzione.

Negli ultimi anni gli eventi migratori sono aumentati a dismisura, probabilmente perché tutto è diventato alla portata di tutti, grazie a diversi fattori, alle nuove tecnologie al fatto che la gente si informa sempre di più e pensa sempre di più con la propria testa e prende decisioni, che prima magari non avrebbe preso, oggi la gente in generale è più consapevole delle proprie possibilità ed è pronta anche a rischiare l’ignoto.

Morocco, Essaouira, 2011 – ph Luca Fabbozzo

Le migrazioni ci sono sempre state, da quando questa terra esiste l’uomo si è sempre spostato da una parte all’altra, prima non esistevano le frontiere, sono state create da noi, per interessi economici politici e sociali, abbiamo deciso di dividere il mondo a zone e a classificarci già in partenza come diversi.

“Una linea fatta di infiniti punti, infiniti nodi, infiniti attraversamenti. Ogni punto una storia, ogni nodo un pugno di esistenze. Ogni attraversamento una crepa che si apre. è la frontiera. Non è un luogo preciso, piuttosto la moltiplicazione di una serie di luoghi in perenne mutamento, che coincidono con la possibilità di finire da una parte o rimanere nell’altra.” Alessandro Leogrande “La Frontiera”

Diverso da chi?

Bangladesh, Dhanka 2012 – Ph Luca Fabbozzo

Quando mi sono sentito diverso?

Tutte le volte che ho percepito attorno a me un atteggiamento rivolto ad uniformare un qualcosa, quando ho percepito una forzatura del pensiero, accorgendomi che tutto questo non faceva per me, preferendo uscire, e cercare una mia propria identità.

Sentirsi diverso. Un po’ come se fossero stati d’animo totalmente opposti che fanno a gara per primeggiare l’uno con l’altro, da una parte il senso di inadeguatezza che scaturisce in solitudine e senso di colpa e dall’altra quel briciolo di dignità che cresce piano piano nel tuo profondo, perché sai che in fondo vorresti cambiare qualcosa dentro di te.

“Non mi siederò alla vostra tavola per guardarvi mangiare, davanti a un piatto vuoto e sentirmi chiamare commensale. Sedermi a tavola non fa di me un commensale. Essere in America non fa di me un americano.” Malcom X

Malcom X e il pastore Martin Luther King sono stati i primi esempi del 900 a lottare per la rivendicazione delle differenze sociali, con due stili e modi completamente differenti hanno combattuto duramente per fare della differenza un valore.

“Ho un sogno, che un giorno sulle rosse colline della Georgia i figli degli schiavi di un tempo e i figli dei padroni degli schiavi di un tempo si siederanno l’uno accanto all’altro, insieme, al tavolo della fratellanza.” Martin Luther King

Le differenze sono ovunque, per strada non possiamo non fare i conti con una realtà che diventa sempre di più multietnica e incentrata sulle diversità. Tutti noi siamo diversi nel nostro piu profondo trasmettiamo diversità, il nostro modo di muoverci di comunicare di interagire di parlare e diverso è unico. Nella diversità emerge ciò che meravigliosamente ci congiunge, l’unico denominatore comune, l’essere umani.

La diversità è profondamente pervasa dentro di noi, proviamo a fare diverse firme su un foglio di carta, vedremo che nessuna sarà mai uguale all’altra, questo perché ogni minuscola parte di noi è diversa e ogni gesto che compiamo non sarà mai uguale all’altro.

Il Fotografo Maurice Mikkers ha fotografato le lacrime al microscopio e ha mostrato che ogni singola lacrima è diversa è unica, ed è talmente bella da poter diventare un’opera d’arte. Ognuno di noi produce lacrime praticamente uniche, che a loro volta sono diverse a seconda dei momenti e di ciò che le ha causate.

https://www.focus.it/scienza/salute/lacrime-al-microscopio

Quando la gente passa vicino a me mi evita, cerca di non guardarmi, ha paura di me, ha paura di diventare chi sono io, si la gente ha paura di me perchè sono diverso, si per loro sono diverso, ma tutto sommato sto bene nella mia diversità perchè posso decidere io della mia vita, la gente ha paura di decidere per la propria vita, forse è per questo che non mi vede, sono invisibile, ma va bene così’. Cit Closhard senza nome.”

Bangladesh, Dhanka 2012 – Ph Luca Fabbozzo

Molta gente pensa che uniformandosi si possa trovare la serenità, ma tutto questo è soltanto apparenza perché così facendo si rischia l’appiattimento e la società non si evolve, la diversità, seppur per molti fastidiosa e difficile da accettare è una ricchezza.

Senza diversità noi non cresciamo, perché soltanto grazie alla diversità possiamo trovare nuove idee e creare altrettante diversità.

Tra le mura degli invisibili.

Argentina, Buenos Aires, Villa Soldati – Marzo 2014 – ph Luca Fabbozzo

Guardo fuori dal finestrino, mi sto allontanando dal centro, le case cambiano aspetto, diventano sempre più irregolari, mi sembra tutto bianco, il sole del pomeriggio picchia così forte che le ombre quasi non esistono, tutte le imperfezioni vengono messe a nudo.

40 gradi o poco più, cerco disperatamente un po’ d’ombra per potermi riparare, il sole batte forte, insopportabile, sulla testa. Cammino e sento il calore dell’asfalto sotto miei piedi, vedo solo gruppi di cani che si muovono liberi come se fossero in cerca di qualcosa, provo un po’ di paura, ma vado avanti.

Cani che abbaiano in lontananza, brusii di televisori e discussioni familiari, odore di cibo, carne alla griglia, mi passano di fianco motociclette la gente mi guarda, vedono che non sono della zona, lo percepiscono da come mi muovo, una sensazione di insicurezza mi pervade, provo a non pensarci.

Quando provarci diventa una necessità.

India, Mumbai, Dharavi – anno 2011

Quando ho scattato questa foto ero in India qualche anno fa, ricordo di essere stato sorpreso da un bambino che passandomi di fianco, correndo, si è buttato in questo fiume, ho scattato questa foto d’istinto, mi sono spaventato e non riuscivo a capire il motivo di quel gesto, solo dopo, vedendo la sua testolina tornare a galla e sorridere agli amici arrivati a dargli manforte, ho capito che era tutto un gioco.

Riguardando quella foto dopo molto tempo ho pensato a molte cose, pensavo all’importanza di provarci per andare oltre l’ignoto, per scoprire cosa ci sarà oltre a quel fiume di acqua stagnante, si perchè come fai a sapere cosa ci sarà al di là, se non passi attraverso alla “merda” (letteralmente parlando)?

Si probabilmente è così prima di vedere la luce bisogna passare attraverso la “merda”, la paura, la fatica o almeno averci nuotato per un po’ dentro quel fiume, solo così forse si potrà passare allo “step” successivo.

Quando si osservano le persone che hanno avuto successo nella vita (che poi anche l’idea di successo è da definire) le vediamo “nella luce”, non vediamo quello che hanno dovuto affrontare prima di arrivare fino a li.

Magari dovremmo provarci sul serio a buttarci in questo fiume dove non si vede il fondo, dove è tutta un’incognita, passare attraverso ad esso per vedere cosa succede. Non è facile, la paura e mille altri fattori diversi fanno desistere e preferiamo rimanere aggrappati alle nostre certezze, oppure passare per scorciatoie più confortevoli.

L’altro giorno sono andato con un’amico a fare una passeggiata, volevamo arrivare fino in cima ad una montagna vicino casa, il mio amico già ci era salito fin su, per me era la prima volta, non sapevo che l’ultimo tratto sarebbe stato così ripido, mi sono ritrovato a dover fare i conti con la paura e la vertigine, non me l’aspettavo, evitavo di guardare in basso e piano piano con l’aiuto e il suo incoraggiamento ho deciso di provarci, passare il punto critico a piccoli passi, salire sulle ultime due rocce prima di arrivare in cima, per me queste due rocce finali sono state l’ignoto, il fiume con l’acqua stagnante, la paura, con un po di coraggio ho voluto provarci, era l’unico modo per vedere la “luce”, per ammirare il panorama dall’alto, per godersi appieno questa bella giornata di sole.

Italia, Como, Corni di Canzo – Aprile 2019

“Vi eravate guadagnati un passo alla volta il diritto di trovarvi esattamente dove eravate, di avere le stelle sopra la testa e gli animali del bosco come compagni. Per questo la bottiglia di vino giunta miracolosamente illesa fin lì o la lattina di birra calda erano per voi più d’un premio: erano la certificazione della vostra libertà, la fonte delle storie e delle risate che vi avrebbero scortato verso il sonno, la tiepida tana dalla quale vi sareste risvegliati all’alba, un passo più avanti lungo la strada che conduce i ragazzi a diventare uomini.” Enrico Brizzi – “Il Sogno del drago”

Ma sarà la strada giusta?!

Argentina, El Chalten, Patagonia – Dicembre 2018

Finalmente usciamo di casa, ci chiudiamo la porta dietro alle spalle, Sbam! e adesso? a volte è come se fossimo nella foresta amazzonica, come fai a sapere quale strada prendere?

Qualcuno si affida all’istinto, altri si fanno condizionare da qualcosa o da qualcuno, altri vanno a tentativi, sbagliano e poi ritornano sui propri passi, per poi riprovare ancora.

Se scrivessero un manuale su come si deve fare a prendere la strada giusta nella vita sarebbe sicuramente uno dei libri più richiesti. In tanti ci hanno provato a scrivere qualcosa del genere, ma poi alla fine la scelta finale ricade sempre su di noi, siamo noi che quando ci troviamo nel momento della scelta dobbiamo decidere per la destra o la sinistra.

Noi tutti abbiamo un obiettivo nella vita anche se non si percepisce chiaramente, è offuscato e facciamo fatica a metterlo a fuoco, la maggior parte delle persone ce l’ha. Se ci dessero la possibilità di riconoscerlo meglio, scopriremo che trovare la strada giusta non è poi cosi impossibile.

La strada non sarà sempre scorrevole, nella maggior parte dei casi si formeranno curve e ci saranno degli scossoni anche violenti, ma non importa, durante il tragitto succederanno migliaia di cose, cambiamenti, riflessioni, ci fermeremo, cambieremo strada e poi ritorneremo. Ma alla fine piano piano come una lumaca questo nostro focus lo raggiungeremo.

Magari con molta più esperienza e consapevolezza, fallire per poi ricominciare in fondo è nella nostra natura, probabilmente fa parte anche del gioco della vita, la cosa che dovremmo imparare a fare è smettere almeno per un po’ di colpevolizzarci. Quando ci giudichiamo e odiamo noi stessi per non aver ottenuto quello che volevamo, non facciamo altro che gettare benzina sul fuoco, come un “loop”, un gatto che si morde la coda, o come cavolo volete chiamarlo.

Ma questo “Focus” cos’è in fondo? sembra tanto lontano, una cosa tanto irraggiungibile, forse lo è, ma proviamo a guardarci intorno nelle piccole cose che facciamo ogni giorno, magari la cosa che vogliamo fare nella nostra vita la stiamo già facendo, magari quella cosa che facendola per molte ore durante la giornata non ci pesa, restiamo lì concentrati per tutto il giorno e non ci accorgiamo nemmeno del tempo che passa, ecco magari se ci fermiamo a riflettere non abbiamo bisogno di andare troppo lontano per trovare quello che vogliamo fare della nostra vita, il nostro scopo.

D’accordo, non siamo tutti dei Ghandi o Madre teresa di Calcutta, se facciamo una nostra cosa anche se pur piccola ma grande per noi e siamo felici di fare questa cosa, se ci sentiamo bene con noi stessi e quando alla sera spegniamo le luci nella nostra cameretta e non abbiamo niente di cui recriminarci, allora probabilmente si, siamo sulla strada giusta.

La strada sarà a curve, scoscesa, sconnessa e in salita ma sarà quella giusta.